Antonio Perazzi, paesaggista visionario, si dedica alla sperimentazione botanica nel suo giardino di Piuca, un antico convento nel Chianti. Qui, egli testa piante che sfidano le condizioni ambientali estreme, promuovendo un modello di "rigenerazione dolce" per reintrodurre la natura selvaggia negli ambienti urbani. La sua filosofia enfatizza l'importanza della comunità nella cura del verde, suggerendo che la creazione di giardini condivisi possa trasformare aree abbandonate in oasi verdi, contrastando il cambiamento climatico e promuovendo una maggiore connessione tra le persone e il mondo vegetale. Perazzi, formatosi al Politecnico di Milano e ai Kew Royal Botanic Gardens di Londra, condivide le sue osservazioni sul "modello mediterraneo" di resilienza vegetale, proponendo un approccio innovativo e sostenibile alla gestione del paesaggio.
Il giardino di Piuca, nel cuore del Chianti, è molto più di un semplice spazio verde; è il laboratorio vivente del paesaggista Antonio Perazzi. In questo luogo, che un tempo era un convento francescano assediato da rovi, Perazzi coltiva la sua passione per la botanica, ereditata in parte dalla sua famiglia, tra cui la zia, la celebre scrittrice Oriana Fallaci. Cresciuto in un ambiente intellettuale stimolante ma a tratti soffocante, Perazzi ha trovato nella natura un rifugio e un'ispirazione. Dopo aver studiato al Politecnico di Milano e ai prestigiosi Kew Royal Botanic Gardens di Londra, ha intrapreso viaggi che gli hanno permesso di scoprire una vasta gamma di paesaggi. Tuttavia, è nel concetto di "piante pioniere" che ha trovato la sua etica-estetica: specie che resistono al cemento, alla siccità e che si rigenerano con poca manutenzione, veri e propri "miracoli di intraprendenza" come le definisce.
Dal 2021, Perazzi è direttore artistico del Radicepura Garden Festival, un evento biennale che esplora i giardini del futuro con una prospettiva mediterranea. Tra i suoi progetti di successo si annoverano la rigenerazione di BiM Bicocca e Manifattura Tabacchi a Firenze, e l'innovativa creazione di spazi verdi senza nuove piantumazioni presso la Torre di Manfria, vicino a Gela. A Piuca, Perazzi non segue un disegno predefinito, ma piuttosto rispetta la natura selvatica del luogo, inserendo nuove piante e osservandone l'adattabilità. Sta sperimentando con specie mediterranee come Arbutus, Echinops, Phlomis e altre Labiate, curiose di vedere come si adatteranno alle temperature estreme e alla siccità. Ha anche un interesse particolare per le querce, organismi versatili che possono resistere a condizioni diverse, a differenza del leccio, sempre più vulnerabile ai cambiamenti climatici.
Guardando al futuro, Perazzi indica le piante himalayane, e in particolare la canfora, come valide alternative per l'ambiente urbano, grazie alla loro rapida crescita e resistenza. Per reintrodurre la natura in città, egli propone un'idea semplice ma potente: creare una comunità che si prenda cura degli spazi verdi. Sostiene che il giardino sia sinonimo di condivisione, soprattutto in contesti urbani dove il bene pubblico è spesso trascurato. Invece di aspettare che altri si occupino degli spazi verdi, invita i cittadini a essere proattivi, formando gruppi di lavoro con regole comuni e creando un senso di appartenenza. Ci sono molti luoghi abbandonati nelle città, come distributori dismessi o aree sotto i cavalcavia, che potrebbero trasformarsi in giardini temporanei con pochi fondi, grazie ai semi raccolti per strada e alla cura delle persone. È fondamentale aggiornare le liste delle piante consigliate per le città, abbandonando specie come faggi e betulle, che non sopravvivono più, in favore di agrumi o persino piante subtropicali.
Il "modello mediterraneo" è per Perazzi un esempio di resilienza. Simile ai climi di Australia, Sudafrica e California, il giardino mediterraneo affronta periodi di caldo e freddo estremi, andando in letargo nei momenti difficili per poi rigenerarsi. Questo approccio alla natura è diventato un punto di riferimento non solo botanico, ma anche sociale. I visitatori dal Nord Europa arrivano in Italia per studiare come si gestisce il verde con risorse limitate, creando spazi vivi e bellissimi. Perazzi sottolinea come gli italiani abbiano un rapporto intrinseco con il mondo vegetale, integrando la natura nella vita quotidiana e usando le piazze come luoghi di convivialità. Questa è una peculiarità invidiata da altri paesi. La bellezza del selvatico, con la sua libertà e adattabilità, è la "nuova bellezza" che le città dovrebbero abbracciare, sfatando il mito che più un giardino costa, più è bello. La sua eresia verde? Piantare alberi giovani anche in luoghi apparentemente inadatti, senza paura di sbagliare. Consiglia di chiedere sempre l'origine geografica di una pianta prima di acquistarla e per i balconi suggerisce gerani, ipomee e convolvoli. Per gli interni, la begonia, la monstera e la ceropegia sono le sue scelte. Tra gli orti botanici da visitare, Perazzi menziona Palermo per la sua irriverente vitalità ed Edimburgo, una vera e propria enciclopedia vivente della cultura del giardino.